03/06/2026
Smantellate la retorica della Toscana da cartolina, i giovani produttori aprono le porte a una vera e propria rivoluzione agricola. Un viaggio a due voci alla scoperta di vini più liberi, dinamici e mossi solo dall’etica della biodiversità con Sebastian Nasello di Podere Le Ripi e Maria Borsa di Pacina.

Diciamoci la verità: lo storytelling ufficiale ci ha abituati a una Toscana del vino immobile, fatta di dinastie secolari e regole immutabili. La realtà è che il tessuto della viticoltura toscana contemporanea è giovanissimo: se escludiamo poche storiche eccezioni, il modello produttivo che ha reso celebre la regione nel mondo ha appena compiuto cinquant’anni. Sotto questa calma apparente, la regione si sta rivelando una vera e propria Woodstock del vino: un laboratorio a cielo aperto dove una nuova onda di produttori sta strappando il velo della retorica in nome della condivisione, della terra e della libertà espressiva. Non cercano il “sapore perfetto” approvato da un disciplinare rigido, ma la verità del territorio. Ce lo raccontano Maria Borsa di Pacina e Sebastian Nasello di Podere le Ripi, due voci libere che rimettono al centro del dibattito il dovere etico della rigenerazione e la forza della comunità umana.
Allacciate le cinture: la Toscana sta correndo veloce.

La Toscana del vino è una di quelle importanti regioni vitivinicole, che se osservate di sfuggita possono apparire immobili e poco innovative, destinata ad un invecchiamento irreversibile. Ed invece, è un po’ come quando fissiamo un aereo in volo ad alta quota, che sembra fermo, ma in realtà, sta viaggiando a centinaia di chilometri orari!
Questa capacità di fermentare silenziosamente ma costantemente, è qualcosa che anche io ho imparato a riconoscere con il tempo ed è ancora più evidente se pensiamo alle seguenti cose:
Tutto il mondo ci percepisce come una dinastia secolare di viticoltori, in realtà la maggior parte delle principali denominazioni storiche e più del 99% dei produttori sono realtà che raramente hanno compiuto i 50 anni d’attività.
Quello che invece arriva da lontano nel tempo, sono il vino e la vigna come parte della nostra routine agricola, ma più per necessità alimentari e mezzadrili che come realtà economica trainante.
Questi due assunti spesso sottovalutati e anche un po’ imbellettati dallo story telling regionale, sono in realtà fondamentali per leggere il vino toscano e le sue traiettorie.
Forse non ce ne rendiamo conto ma la Toscana del vino è nata e cresciuta veloce; più velocemente e costantemente di ogni altra regione vitivinicola. Qui sono successe cose così importanti e capaci di lasciare “tacche” profonde nel mondo, che spesso sono diventate scontate e totalmente normali ma ancora oggi dimostrano tutta la capacità d’innovare ed evolvere di una regione che è una vera e propria “Startup-Valley” del vino!
Ripercorriamone alcune velocemente:
Circa mezzo secolo fa, sono state perfezionate le ricette antiche di fine ‘800, che ancora oggi rappresentano il fondamento di vini importanti come il Brunello e il Chianti Classico. Agricoltori mezzadri e imprenditori agricoli si sono messi al lavoro per trasformare le vigne promiscue, in vigneti veri e propri mentre le stalle si sono trasformate in cantine.
I neo-produttori sono riusciti ad unirsi in Consorzi e associazioni di tutela che rappresentano le prime forme d’associazionismo del mondo del vino. Megafoni che in tempi non sospetti hanno amplificato il segnale radio toscano in tutto il mondo. (Possiamo dire che è un raro caso di toscani che si uniscono invece di farsi la guerra di quartiere

Tutto questo cambiamento inizia a trapelare dalle bottiglie di diversi produttori, con vini più coraggiosi, affinati meglio, senza perdere energia, spesso più succulenti e saporiti, con raccolte meno vincolate alla struttura fenolica e più all’energia. Tornano a ricomparire i raspi nelle vinificazioni, alla ricerca di sensazioni più fresche e scorrevoli, nonché tannini attuali.
Negli ultimi anni, oltre ai vini, quello che potete osservare visitando questa regione sono tutta una serie di nuovi luoghi d’incontro, dove spesso i produttori si ritrovano a bere e dove, finalmente, anche il vino importante toscano si è calato in un contesto informale all’insegna del divertimento e dell’interazione sociale.
Noi abbiamo fondato Vineria Aperta a Castelnuovo Dell’Abate, ma insieme a noi ci sono Gabbo ad Arezzo, Il Pino a San Gimignano, Taverna Pane e Vino e Il Tocco a Cortona, Enoteca Spontanea a Firenze, ma anche enoteca Baldi a Panzano e molti altri … alla fine come spesso succede tutto nasce dalle persone.
Io e tutti i miei amici e colleghi, molti dei quali legati alla community che Podere le Ripi è riuscita ad alimentare, traggo molta ispirazione da questo contesto ricco di scambi e momenti di condivisione; non lo definirei un movimento piuttosto un vento d’entusiasmo che coinvolge sempre più persone, molte delle quali mettono il vino al centro della loro vita, usandolo come veicolo, più che fine ultimo. Ho visto persone iniziare a bere con maggiore curiosità, uscendo dalla comfort zone del proprio vino, per poi importare nuove idee in azienda, così come tanti ragazzi giovani tornare ad abitare i borghi delle nostre zone dando vita ad una nuova socialità, quella che colpisce profondamente tutti coloro che stanno tornando in visita dopo tanti anni di assenza da questi territori.
Insomma, di cose ne stanno succedendo e il DNA toscano non sta tradendo.
Come in passato fra una battaglia campale e un assedio, all’interno delle mura medievali toscane la voglia di poter andare oltre e spostare di nuovo l’asticella in avanti è forte e, forse, una nuova generazione di Vigneron e appassionati coraggiosi, armati di un rapporto con il vino in continuo aggiornamento, saranno l’ennesima innovazione di una toscana del vino da mezzo secolo in perenne movimento!

Quando Sebastian mi ha chiamato per scrivere l’articolo sulle nuove generazioni in Toscana, la prima cosa a cui ho pensato sono state le persone che ci sono state prima di noi e che sono ancora con noi. Qui a Pacina le generazioni non si sono solo succedute ma hanno convissuto e questo sta succedendo ancora oggi. Il nostro trisnonno ha comprato Pacina nel 1933, la nostra bisnonna ha piantato le prime vigne specializzate con la fine della mezzadria nel secondo dopo guerra, i nostri nonni l’hanno vissuta e dato la via a quello che facciamo oggi, grazie al loro lavoro scientifico sulla sostenibilità. I nostri genitori hanno fatto di un sogno realtà, costruendo un’azienda radicalmente sostenibile e rivoluzionaria seguendo sempre la storia famigliare.
Oggi a Pacina la nuova generazione è formata da quattro persone diverse che portano avanti con passione e rispetto una fattoria che è stata il luogo, il genius loci di chi ci ha preceduto.
Questa è la nostra grande opportunità e il nostro grande punto di forza.
Quando si pensa al cambio generazionale c’è spesso un sottinteso scontro tra generazioni. Ma forse proprio in questa Toscana del cambiamento, il cambio generazionale che vedo è quello di una comprensione e di un portare a compimento processi iniziati prima di noi. Per esempio, la generazione prima della nostra ha reso l’agricoltura biologica quasi la norma in Toscana, in Chianti in particolare. Adesso come agricoltori e viticoltori abbiamo il dovere ambientale di prenderci cura della “terra” praticando metodi che senza forzature chimiche, agronomiche e industriali, garantiscano prima di tutto la compatibilità con i principi della sostenibilità. Quindi questa onda che stiamo vivendo non è più necessariamente legata al concetto di DOC, DOCG o in senso più ampio ad un sapore o ad una idea precostituita e costruita di un vino. Si deve mettere al primo posto un modo di fare più legato al territorio, al clima e a scelte ambientali. Questo non è niente di nuovo, nel passato era la norma. Infatti, non era un sapore a dettare le regole sia in senso commerciale che agricolo, ma la resilienza della vita in un territorio.

Il vino non è solo un prodotto agricolo ma porta con sé un grande bagaglio culturale. Credo fortemente che in questo senso come viticoltori abbiamo un dovere etico di portare avanti un’idea agricola che sia altro che la “mera” degustazione della bottiglia. Come agricoltori abbiamo anche la responsabilità di curarci dell’ambiente e come viticoltori abbiamo la possibilità, e quindi il dovere etico al giorno d’oggi, di lavorare su un’agricoltura che sempre di più prediliga la biodiversità e la rigenerazione dei nostri ecosistemi. Il sistema mezzadrile e le prime forme di agricoltura erano basati anche su questo.
Oggi con le nuove conoscenze scientifiche e con le esperienze acquisite che ci hanno confermato il fallimento del sistema agricolo industriale monoculturale sviluppatosi negli ultimi 70 anni, il fermento delle nuove generazioni interessate più all’ambiente che al vino in sé come prodotto di consumo, dà quella energia necessaria per il mantenimento di uno dei territori, il Chianti, tra i più vocati per la vite.
Quello che per noi è importante è proprio lavorare insieme al nostro ecosistema, quindi come nella tradizione, la vite e la produzione di vino erano una delle componenti della vita della fattoria insieme ai legumi, ai cereali, agli ortaggi, i frutti, il bosco e gli animali. Al giorno d’oggi essere un’azienda virtuosa, non può più essere solo il successo economico, perché non può prescindere da quello ambientale. Pacina per noi è proprio questo, portare avanti la nostra storia agricola in toto, che tramite il vino acquista la capacità e il potere di comunicare idee e nuove esperienze.
Questo è un processo che deve coinvolgere, e già in parte avviene, tutto il settore vino. Non solo i vignaioli ma anche le distribuzioni, la ristorazione e soprattutto i consumatori. Tutti siamo parte di questa novità generazionale del “ecosistema vino”. Un cambio, un processo non procrastinabile che deve coinvolgere tutte le parti.

La “primavera” di cui parlano Maria e Sebastian smantella definitivamente la retorica della Toscana da cartolina. Ci troviamo di fronte a una vera e propria Woodstock agricola, dove l’energia non è mossa dai disciplinari o dalle logiche industriali della monocultura, ma dal desiderio di ritrovare la resilienza della vita nei territori. Da un lato, se l’esperienza di Pacina ci ricorda che l’autentica avanguardia consiste nel portare a compimento una storia antica, rimettendo al centro la terra e l’etica; dall’altro, la visione di Sebastian ci dimostra che questa stessa etica sta ridisegnando lo stile dei vini -più coraggiosi, freschi e dinamici – e la socialità che li circonda.
Questa nuova generazione di vignaioli non vuole stare a guardare. Ha scelto di usare il vino come veicolo di cambiamento culturale. E noi, come consumatori e come parte integrante di questo grande ecosistema in perenne movimento, non possiamo fare altro che abbassare le difese, riempire i calici e lasciarci travolgere da questo vento di rivoluzione.
Articolo pubblicato originariamente su TripleA Magazine